….così potrei definire quello che mi è appena successo
Ed è stato il mio amico sacerdote missionario che, via skype, dal Centrafrica mi ha fatto cogliere forse il motivo del mio traferimento. Finora ho insegnato in realtà lontane da casa mia. Quasi una doppia vita. La piena libertà. Sperimentarmi in un mondo senza ricadute nel mio. Potevo essere libera di esprimermi senza ritrovarmi la “conseguenza” tra i piedi, all’uscita da scuola.
Oggi sono usciti i trasferimenti. E io ho avuto uno dei più prestigiosi licei della mia città, e per di più sotto casa mia. Non più i delinquenti dell’hinterland. Non più le shampiste della periferia. Ma i figli dello sfascio delle famiglie; i professionisti o i disadattati di domani. Del mio “dietro l’angolo”. E colleghi molto più anziani, è finita l’atmosfera goliardica di questi anni. A 36 anni, con 3 anni di esperienza, catapultata in una scuola così “in vista”.
In un primo momento mi sono messa a piangere dalla disperazione.
Poi il mio amico missionario (che io con alcune attività volontarie solidali ho aiutato in questi anni) mi ha scritto su skype che l’altroieri ha fatto un sogno. Un sogno di prima mattina. Come si dice qui, di quelli veritieri, quindi.
Io arrivavo al suddetto liceo, in moto, le porte erano chiuse e allora io parlavo ai ragazzi fuori la scuola. Poi entravo in classe e c’era un ragazzo nero che proveniva dalla missione dove sta lui. Lui non aveva penne né quaderno. Un suo compagno italiano glieli dava.
Il sacerdote mi ha aggiunto che “è la mia missione, e che sarò capace di farla bene”.
Queste parole hanno dato un senso alla mia confusione del momento. Grazie.